Pillole di Fotografia

L’Otturatore

Per regolare il tempo che la luce colpisce il supporto sensibile abbiamo un dispositivo che si chiama otturatore. Questo si trova all’interno del corpo macchina ed è composto da due “tendine” (un tempo in stoffa oggi generalmente di metallo o materiali più evoluti), una che apre e una che chiude il passaggio della luce.

La sua presenza è quella che ci consente di fermare l’immagine oppure di dare alla stessa un’impressione di movimento.

Se vogliamo riprendere e riprodurre nitidamente una scena che ha uno svolgimento rapido, utilizzeremo un tempo breve nella misura in cui il movimento risulterà impercettibile.

La maggior parte delle fotocamere ha il suo limite ad 1/1000 di secondo. E più ci avviciniamo al professionale e più troviamo tempi rapidi, sino a 1/8000 e anche 1/12000 di secondo.

In direzione opposta, ossia quando riprendiamo una scena che non è di movimento ma bensì statica, oppure abbiamo bisogno di compensare la mancanza di luce possiamo normalmente disporre di tempi attorno ad 1/30 di secondo praticamente su tutte le fotocamere. E nelle fotocamere più evolute arriviamo, in automatismo, sino ad un secondo per sconfinare agli 8 o più secondi nelle professionali.















Il Cavalletto

Lo strumento che forse è più bistrattato ma al contempo indispensabile per la riuscita di una fotografia è senz’altro il cavalletto.

Detto anche trepiede o stativo viene spesso tralasciato per le sue intrinseche difficoltà di trasporto, peso e ingombro ma è un vero peccato non annoverarlo tra gli accessori fotografici del proprio corredo. Esso, infatti, si ripaga da se per le infinite possibilità che offre al fotografo creativo.

Sostanzialmente si tratta di un composito di elementi estensibili e mobili che fungono da appoggio, di un elemento regolabile in altezza con in capo una “testa” dove trova saldo appoggio la fotocamera.

Tale strumento consente di trovare alla fotocamera un punto saldo esente da movimenti indesiderati, permettendo così di curare particolarmente bene l’inquadratura e concedendo l’uso di tempi lunghi ed ottenere così immagini a luce ambiente particolarmente suggestive.

Tanto più è pesante, tanto più è stabile, tanto più può accollarsi il peso di fotocamera e accessori, tanto più nitide verranno le nostre foto.

La miglior scelta è quindi un buon compromesso tra stabilità/ingombro e il nostro corredo. Inutile ricordare che lesinare sulla spesa del cavalletto non è una buona scelta logistica.


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Unità di misura del supporto sensibile

La maggiore o minore necessità di un supporto di essere esposto alla luce (in relazione al tempo o alla quantità) per poter restituire un’immagine gradevole è detta “sensibilità” ed è espressa in una scala detta “ISO” che è composta di due numeri sempre in relazione tra di loro; il primo formato da un numero che raddoppia o si dimezza al dimezzarsi o raddoppiarsi della quantità di luce necessaria ad impressionarlo. Il secondo, si scosta di tre unità verso l’alto o verso il basso al dimezzarsi o raddoppiarsi della quantità di luce necessaria ad impressionarlo.

In verità questa scala trae origine da altre due scale usate sino a qualche decennio fa: gli “ASA” e i “DIN”. La prima era lo standard di misura americano, il secondo era lo standard tedesco. Già presenti entrambi da diversi decenni, da qualche anno sono uniti in un’unica scala. Anche se convenzionalmente viene indicato solo il valore che corrispondeva alla scala ASA.


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L’esposimetro

L’esposimetro è un dispositivo che aiuta il fotografo a misurare la luce, o per essere più precisi l’EV.

Ve ne sono di due tipi, uno per misurare la luce riflessa, il quale misura la luce che giunge alla pellicola riflessa dal soggetto. L’altro per misurare la luce incidente, che a sua volta misura la luce che colpisce il soggetto.

Entrambi sono apparecchi maneggiabili (i più grandi possono essere paragonati ad un pacchetto di sigarette) e sovente racchiusi in un unico apparecchio che svolge entrambi le funzioni anteponendo una schermatura sulla fotocellula

L’esposimetro a luce riflessa può essere così ridotto di dimensioni da essere incorporato nella fotocamera ed essere parte integrante ed interagente con essa.

Questo è in grado sia di restituire sia la semplice lettura con indicazione di sovra o sotto esposizione in base alle regolazioni dell’apparecchio. Sia di agire direttamente sulle regolazioni stesse sin anche l’inserimento del lampeggiatore elettronico.

Questo tipo di esposimetro legge la luce attraverso l’obiettivo considerando una media oppure prendendo in considerazione più punti sparsi nell’inquadratura.


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EV

L’EV, o “Exposure value” (Valore dell’esposizione) altro non è che l’unità di misura della luce presente nell’ambiente. Ad ogni valore di EV corrisponde un certo numero di accoppiate tempo/diaframma in relazione ad una determinato valore ISO.

I valori EV a cui si fa riferimento vanno generalmente da 1 a 18 dal più scuro al più luminoso. Esistono tuttavia altri valori ma raramente vengono menzionati.


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Il diaframma

Uno dei componenti che regolano la quantità di luce che colpisce il supporto sensibile è il diaframma. 

Questo si trova nell’obbiettivo e ne regola la quantità di luce che lo attraversa. Ma la sua funzione principale è essenzialmente ottica.

Questo infatti, strozzando il passaggio della luce, evita che l’immagine sia disturbata dai raggi di luce parassita che vanno ad insidiare quei raggi che, incrociandosi al centro dell’obbiettivo, formano l’immagine rovesciata sul supporto sensibile.

Le lenti infatti, convergono i raggi di luce in modo che risulti un’immagine nitida sul supporto sensibile. Ora, perché ciò avvenga, alcune lenti si spostano all’interno dell’obbiettivo in modo che siano ottimizzate per una data distanza del soggetto dal supporto sensibile e tutta l’altra luce che colpisce l’obbiettivo è una luce parassita che tuttavia aiuta a rendere più luminosa l’immagine.

Il diaframma, parzializzando la luce parassita, alleggerisce il lavoro di messa a punto delle lenti permettendo di restituire all’immagine più nitidezza e correggere eventuali errori di messa a fuoco.

La misura del passaggio di luce viene restituita con un espressione numerica che è una frazione del totale della luce che colpisce l’obbiettivo. Ogni numero x che il nostro misuratore ci restituirà dovremo considerarlo come 1/x del totale della luce che colpisce l’obbiettivo.

Questo valore viene espresso con la sigla “f ”.

In linea di massima poi bisogna tenere conto che gli obbiettivi sono ottimizzati per funzionare meglio ad un valore di diaframma attorno ad “f/8”.


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La regola dei terzi

Uno degli elementi di composizione, già conosciuto nel disegno sin da tempi antichissimi, è la famigerata regola dei terzi.

Supponiamo di dividere l’inquadratura con due linee equidistanti verticali e altre due orizzontali; otteniamo così nove spazi. Se poniamo il soggetto (una persona, ad esempio) lungo una di queste linee verticali otterremo un’immagine migliore che se la mettessimo in centro. Parimenti sarebbe se ponessimo un soggetto (l’orizzonte di un panorama ad esempio) lungo una linea orizzontale dalla nostra inquadratura otterremo un’immagine migliore che se ponessimo la linea dell’orizzonte perfettamente in centro.

Anche qualora avessimo più oggetti, orizzontali e verticali, potremo sfruttare la regola dei terzi per ottenere un’inquadratura sostanzialmente migliore.


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L’inquadratura

Uno dei tratti fondamentali della fotografia è sicuramente l’inquadratura, ovverosia ciò che compare nell’immagine. Sostanzialmente si tratta di una rappresentazione bidimensionale di una realtà (normalmente) tridimensionale.

Mentre la realtà tridimensionale ci da una sensazione di profondità direi, “tattile”. La fotografia traduce questa tridimensionalità con chiari, scuri e prospettiva ottica.

L’inquadratura è, essenzialmente, il saper posizionare ed equilibrare i vari elementi che compongono l’immagine. Saper posizionare i vari elementi e saperli vedere quando si traguarda nel mirino è compito alquanto arduo.

La tecnica più pratica per “vedere” l’inquadratura è quella di soffermarsi a traguardare nel mirino per alcuni secondi ed osservare attentamente come è posizionato il soggetto e cosa vi è attorno. Perdere qualche secondo per controllare “bidimensionalmente” l’inquadratura porta dei grandi vantaggi in relazione alla riuscita della fotografia.

L’immagine va vista bidimensionalmente, ossia come sr fosse già una fotografia: senza soffermarsi ad osservare il soggetto a se stante ma inserirlo nel contesto dell’immagine.

In questo modo possiamo più facilmente notare gli elementi di disturbo.


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Le fonti di luce

Capita più sovente di quanto s’immagini, di vedere delle fotografie riprodurre dei colori innaturali. A dire il vero capita più spesso con le vecchie e care diapositive, in quanto non vengono trattate dopo la ripresa se non prettamente per via chimica. Questo inconveniente è dovuto al fatto che non sempre la luce che colpisce un oggetto (e che quindi viene riflessa) è bianca.

Le immagini che vengono lette dall’occhio umano vengono “interpretate” dal cervello che le modifica intersecando le informazioni contenute nella memoria per restituirci un’immagine più familiare. Se questo in natura ci aiuta a sopravvivere in fotografia ci crea un problema di non poco conto. Vero è che le moderne digitali hanno il bilanciamento del bianco che risulta un aiuto insostituibile ma i supporti chimici, lungi dall’autoregolarsi, riproducono fedelmente “le cose come stanno” mettendo in crisi talvolta anche i fotografi più smaliziati.

Per stabilire il vero colore di un oggetto questo va visto illuminato da una luce che sia sicuramente bianca, ma le occasioni nelle quali la luce non è bianca sono sempre più di quante crediamo. 

· La luce non è bianca all’ombra. Nelle zone d’ombra l’illuminazione è data dal cielo azzurro, ragion per cui la luce avrà una tendenza al blu. Se vi capita di vedere delle diapositive che riprendono delle scene innevate in zona d’ombra potete notare che la neve è blu.

· La luce non è bianca sotto le piante. Qui la luce è verde perché è filtrata dal fogliame. Ne sanno qualcosa i fotografi matrimonialisti, che devono sempre litigare con le madri delle spose che vedono il vestito delle loro “bambine” colorato di verde

· Non è bianca la luce di casa, che è invece di una calda tonalità rossiccio-arancione

· Non è bianca la luce al Neon o a fluorescenza, la quale risulta invece di un surreale verde

· Non è bianca la luce all’alba o al tramonto (o comunque quando il sole è basso all’orizzonte).

Eppure in tutti questi casi l’occhio umano, guidato da quel filtro che è il cervello, registra i colori come la memoria li ricorda.

Attenzione quindi, ad osservare attentamente la luce, prima di scattare una fotografia.


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La luce e il colore

La luce altro non è che un’onda che vibra ad una data frequenza. Nel panorama delle frequenze conosciute e misurabili la luce visibile ne occupa una piccolissima finestra.

Quest’onda la potremmo descrivere come il filo di una vite o di una molla, generalmente viene disegnata come una sinusoide ed in effetti è così che la si vede disegnata in due dimensioni. 

Ciò che nella vite e nella molla si chiama “passo”, nell’onda si chiama “frequenza·” e la misura della frequenza viene letta dall’occhio (e dal supporto) come un colore.

La fonte di luce che utilizziamo come riferimento è il sole che per definizione proietta luce “bianca”. La luce bianca è formata da tutte le lunghezze d’onda, cioè, dalla somma di tutti i colori. La distinzione che i nostri occhi producono nella percezione dei colori altro non è che la capacità dei vari oggetti, materiali, superfici, di riflettere “determinate” lunghezze d’onda e di assorbire le altre.

In effetti, i colori possono essere considerati solo tre il rosso, il blu, il verde. Un oggetto che riflette tutti i colori ci appare bianco, se non ne riflette nessuno ci appare nero. La loro mescolanza in parti variabili ci da’ tutti gli altri colori.

Aneddoto: Avete mai notato come l’indossare un abito nero ci faccia percepire una temperatura più alta piuttosto che l’indossare un abito bianco? A questo punto potreste averlo già capito ma se ciò non fosse avvenuto provo a darvi una spiegazione: 

La luce è anche calore (basti pensare al raggio laser) e se questa viene riflessa, come nell’esempio dell’abito bianco sarà riflesso anche il calore. Mentre l’abito nero, assorbendo tutta la luce, assorbe anche tutto il calore; risultando quindi più caldo.

Come abbiamo visto esistono solo tre colori ed il bianco e d il nero non sono colori, poiché il bianco è tutti i colori ed il nero è nessun colore.

· In verità si tratta di una “lunghezza”. Ma essendo la luce un’energia in movimento, si considerano le onde che transitano in un punto in una determinata unità di tempo.


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Luce e supporto sensibile 

Il primo problema della fotografia è quello di far reagire il supporto sensibile con la giusta quantità di luce. Ne troppa ne troppo poca quindi e per far questo abbiamo a disposizione due elementi: l’otturatore e il diaframma.   

L’otturatore altro non è che una sorta di porta che si apre e si richiude esponendo alla luce il supporto sensibile. Questo accessorio può essere regolato per consentire il passaggio della luce per tempi diversi a secondo delle nostre necessità.   

L’otturatore è invece un dispositivo che riduce la quantità di luce che raggiunge il supporto, un po’ come una finestra che viene più o meno aperta per illuminare più o meno la stanza.   

Una corretta esposizione è quindi un mix di regolazioni del diaframma e dell’otturatore che permettono alla giusta quantità di luce di raggiungere il supporto sensibile.   

Per fare un esempio pratico possiamo usare una metafora: 

Immaginiamo di dover riempire una bottiglia con dell’acqua del rubinetto; noi possiamo scegliere se aprire poco il rubinetto e aspettare più tempo per avere la bottiglia piena, oppure aprire molto il rubinetto e riempire la bottiglia rapidamente. La quantità di acqua sarà uguale in entrambi i casi ma avremo ottenuto due metodi differenti per riempire la bottiglia. 

Ora, supponiamo che dentro la nostra bottiglia ci sia una strana e misteriosa polverina, se riempiamo lentamente la bottiglia avremo una scarsa vorticosità e la polverina si scioglierà con molta difficoltà. Nel caso contrario invece, l’alta vorticosità dell’acqua scioglierà completamente la nostra polverina. Otterremo quindi diversi risultati utilizzando diverse aperture di rubinetto e quindi diversi tempi di riempimento della bottiglia. Anche con il diverso rapporto tra tempi e diaframmi otterremo diverse immagini, dovremmo quindi scegliere di volta in volta la regolazione più consona ai nostri intenti.


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La fotografia

La parola “fotografia” è composta da due termini dal greco “photos” che significa “luce” e “graphia” che significa “scrittura”.Abbiamo quindi a che fare con la scrittura della luce. Luce che scrive lasciando la sua traccia su di un supporto chimico come la pellicola o elettronico come il sensore. 

E’ la luce quindi che eccita il supporto (chimico o elettronico che sia) che ci restituirà l’immagine compiuta.   

La capacità di un fotografo è quindi quella di far scrivere alla luce, su di una lavagnetta (supporto sensibile), in grado di restituire in formato bidimensionale, un gradevole disegno. 

La capacità di interpretare come questa lavagnetta leggerà la luce che la raggiungerà, è la differenza che si ha tra un fotografo e un fotoamatore. 

Il “trucco” quindi, per una buona fotografia è il conoscere sia la macchina sia il sistema di registrazione dell’immagine.